LADRA DI LIMONI

Mi hanno detto che il razzismo non esiste come non esiste nessun altro tipo di discriminazione. “A chi vuoi che gliene freghi di che colore hai la pelle o dove inserisci il tuo pene?” Beh in effetti la cosa fa ridere. Per odiare qualcuno ci devi mettere energia, anche se negativa ma sempre energia è. È come quando un ateo dice che non crede in dio, io credo che per non crederci, ci devi credere, quindi non credendo staresti affermando la sua esistenza e gli vai contro perché sai che c’è. No, io sono agnostica, che vuol dire? Credo in una forza divina che non ha forma, né nome. Credo nell’energia, quella che esiste tra le persone, dentro ognuno di noi. Credo nel contatto umano e non che ci permette la sopravvivenza. Un bambino per esempio, è una fonte inesauribile di energia e amore per la vita. Il tocco di un bambino, un suo abbraccio, il tempo di un adulto dedicato a un bambino a tenerlo accoccolato a sé, ricarica quell’adulto. La bellezza, la dolcezza, la fragilità e l’innocenza sono gli aggettivi per descrivere la meraviglia dei piccoli. La natura è un altra fonte molto importante per ricaricarsi. Senza la natura saremmo perduti, il corpo ha un immenso bisogno di sentire i raggi del sole che s’immergono nella pelle, il vento che ci accarezza, gli occhi che si fondono con i colori della terra, riempendo l’anima e creando un processo di terapia di rigenerazione interna e esterna del corpo che altrimenti s’ingrigirebbe.

Io amo vedere la frutta sugli alberi. Mi incanta. Quegli alberi grandi carichi di frutta mi fanno sentire bambina, portandomi indietro nel tempo e ricordandomi l’infanzia. Quando stavo in India avevo un albero a cui volevo molto bene, ed era l’albero di guava. Io e i miei fratelli giocavamo con quell’albero, ci sedevamo all’ombra di quell’albero quando faceva molto caldo e chiacchieravamo con la mamma e le vicine. Quell’albero era casa di alcuni uccellini che si sfamavano con la frutta, a volte acerba. Quell’albero è il ricordo più vivo e bello della mia infanzia. Ora se ci penso è come se fosse stato un membro familiare, una presenza viva e infinita. Da bambina avevo molto tempo a disposizione e allora mi mettevo a guardare con attenzione le foglie di quell’albero: erano foglie di media grandezza, di un colore verde scuro e le venuzzole che si assottigliavano, aveva un sapore amaro ma io la mangiavo uguale facendo finta che fosse paan. Se mangiavi il paan, voleva dire che eri adulto, e io e i miei fratelli, mettevamo il sale e spezie sulla foglia per poi metterla in bocca e far finta di essere adulti, però non sapevamo che chi mangiasse il paan, sputasse anche di tanto in tanto. Con le spezie la foglia acquisiva sapore ed era difficile non riuscire a mangiarla. In Italia, osservo gli alberi di limone che in India non avevo mai visto, almeno nel mio villaggio. Qui quegli alberi non sono miei, nemmeno quei limoni lo sono. Ma io mi sento bambina uguale di fronte a quei alberi. Quella sensazione di meraviglia e di bellezza che mi trasmettono mi immerge nel passato. Li ho rubati, annusati e mangiati. No, non me ne pento.

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