DIVINITÀ VENERATE DA MIA MADRE

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È sempre stata molto religiosa.
In un paese come l’India la gente è solita a far domande del tipo “Di che religione sei? Chi veneri?” Le conversazioni su dio prendono pieghe inimmaginabili, chiunque ne parli si sente al sicuro perché nessuno ne parlerà male “L’onnipotente è immenso, bisogna temerlo, vive in ogni dove e in ogni essere vivente”. Nel farle la domanda un vicino “Chi veneri?” gli rispose “Io venero tutti, non ho preferenze”. Lei in effetti venera tutte le divinità possibili ed immaginabili che le menti indiane siano riuscite a creare e che creeranno.
Di base è una sikh, è nata e cresciuta in Punjab. Il sikhismo è la religione dei punjabi basata sull’insegnamento dei dieci guru che venerano il creatore. Io assieme ai miei fratelli sono stata addestrata a rispettare i guru. Non esiste punjabi che non abbia avuto un’educazione religiosa rigorosa dai genitori. A tredic’anni però ho cominciato a sviluppare una mia teoria riguardo alla religione ma questa è un’altra storia.

“God is one” mi ha detto dopo aver elencato tutte le divinità che pensa possano aver contribuito a renderle migliore l’esistenza. Non ha idea di che faccia abbia il creatore e critica chi venera le statuine. È piena di controversie mia madre; ogni mattina dopo essersi alzata e lavata, accende l’incenso di fronte a circa quattro foto di divinità diverse e poi si siede sul divano nel salotto a leggere il libro sacro. Non la critico e non lo farò, forse la invidio perché è talmente forte il suo credo nel divino che nonostante le difficoltà della vita riesce a sorreggersi retta e fiera come una leonessa.

Ha di recente scoperto “The laughing Buddha” un ometto pelato e panciuto dalla forma fisica abnorme che si basa sulla teoria della risata: ridere sempre e comunque. Ha origini giapponesi questo signor Buddha e mia madre lo chiama Baba ji. “Baba ji mi ha portato fortuna, ti devo regalare una statuina di Baba ji.”

Tra le divinità donne venera la dea “lakshmi”, signora dalle quattro braccia, le due posteriori contengono due fiori di loto e da una mano anteriore cadono monete d’oro e l’altra è posta all’insù per fornire benedizioni a chi la venera. Quand’ero piccola il giorno del ‘diwali’ festa delle luci, si dormiva con il cancello della casa spalancato “Mata Lakshmi stanotte verrà a casa nostra”. Era stata una vicina a rivelarmi che questa dea porta denaro e prosperità in casa, simbolo dell’abbondanza e purezza.

Tra le altre divinità donne teme e va fiera della Mata kali, la dea nera. Qualsiasi donna quando viene trattata male e si arrabbia può essere capace di trasformarsi in dea kali: una creatura inquietante dalla pelle color carbone che porta una collana di teschi, ha anch’essa quattro braccia con le mani insaguinate, una delle quali porta una spada e un’altra la testa mozzata del diavolo. Avevo sette anni quando vidi da vicino un quadro di questa signora arrabbiata nera, m’incusse un’insolito terrore misto a forza, rimasi incollata per dieci minuti per vedere i dettagli che la circondavano.

Ganesha: un tenero signore panciuto dalla testa d’elefante che ha come mezzo e amico fedele un topo. È figlio di Shiva ed è stato proprio il padre a mozzargli la testa non essendo informato dalla moglie che fosse suo figlio generato dalla madre come buttafuori della casa in cui doveva fare il bagno nel cortile. Non essendoci porte da chiudere in quella generazione era necessario generare Ganesha per proteggersi dall’entrata degli estranei in casa. Shiva viene bloccato all’entrata dal Ganesha che ha un’aspetto umano normale. Dopo varie discussioni i due cominciano una battaglia a suon di spade e Shiva ha la meglio il quale mozza la testa del povero Ganesha. Parvati, la moglie di Shiva notando la testa mozzata del figlio s’arrabbia col marito il quale gli promette di aggiustargli la testa inserendo la testa del primo essere che avesse incontrato per strada. E questo fu un’elefante.
A parte la storia interessante del dio Ganesha è dio di una moltitudine di virtù e l’India è piena di suoi adoranti come mia madre.

In India da generazioni si venerano piante. Da piccola sentì molte storie di coppie raccontare a mia madre di aver venerato pipal tree (baniano) perché non riuscivano ad avere un bambino, la cosa doveva fare qualche effetto positivo. Accordo a mia madre il baniano è una di quelle piante che non si deve piantare in casa perché se si imbatte nella necessità di tagliarlo, è sicuro in quella casa ci sarà morte certa di un membro familiare. Nella religione induista e buddhista il baniano ha un’importanza religiosa; non a caso la pianta ha un nome latino come ficus religiosa.

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