MOLESTIE

A JAIPUR (RAJASTHAN, INDIA) 2014

Cammino insieme ad Alicia, una signora australiana sui 60 anni e Melinda, una ragazza svedese sui 30, ci dirigiamo verso Sushil, un amico indiano di Alicia che ci aspetta con la sua piccola maruti parcheggiata davanti all’hotel, dove alloggiamo a Jaipur. Piccolo di statura, con il viso che ha un’espressione vaga, mi guarda con una mano appoggiata sul mento. “Hei scusaci, ti abbiamo fatto aspettare…” grida Alicia a pochi passi da Sushil “Non ti preoccupare, sono qui solo da dieci minuti”

Alicia: “Oh Melinda la conosci già…ti presento Naya”

Sushil: “Molto piacere Naya, sono Sushil”

Io: “Piacere mio Sushil”

La temperatura è di circa 32 gradi, abbiamo le energie esaurite dopo mezz’ora di camminata sotto il sole rajasthaniano dell’una. Sushil ha promesso ad Alicia di portarci a fare shopping in giro per Jaipur, ma non nel solito bazaar pieno di folla dove devi avere extra energie per contrattare prezzi, ma ci porta nei show-room, negozi dove viene esposta la qualità ed anche il prezzo.

“Naya ti posso domandare una cosa?” Mi chiede Sushil appena saliti nella maruti guardandomi dallo specchietto centrale. Un po’ spaventata dal tono alzo lo sguardo mentre vedo i suoi occhi nello specchietto centrale “Si, prego…”

“Hai molti sguardi addosso scommetto quando vai in giro qui, vero?”

Ovviamente me lo domanda non perché sono miss mondo ma perché ho addosso un tipo di abbigliamento non molto caratteristico del luogo pur essendo indiana. Porto un top nero molto stretto che mi lascia le spalle e le braccia scoperte, mettendo in evidenza la silhouette ed un pantalone “Ali babà” di seta largo e confortevole.

“Si, gli sguardi ci sono ma ho imparato a conviverci”

“Ci sono delle zone a Jaipur dove le ragazze si vestono all’occidentale, ma non sono molte, tu come mai lo fai?”

“Perché ho la libertà di poter scegliere se mettermi un sari oppure un top senza spalline, per arrivare a questo anch’io ho combattuto la mia piccola battaglia”

Sorride sempre guardando lo specchietto centrale e mette in moto la maruti.

Sushil è uno scrittore/attore che ha vissuto a New York per quindic’anni e poi è ritornato in India. Quando parla in inglese non ha un’accento americano ma nemmeno quell’accento marcato degli indiani quando parlano inglese. I suoi abiti sono semplici, una camicia color panna ed un pantalone khaki, nessun orologio né scarpe di marca.

Guida tranquillo sulle strade trafficate di Jaipur mentre parla con Alicia dei loro amici in comune. Il discorso si sposta di nuovo sulle donne in India al quale Sushil è particolarmente interessato “Sto scrivendo un libro su quest’argomento, è per quello che ti ho fatto questa domanda. La mentalità della società purtroppo ha bisogno di tempo perché cambi, come è stato andare in giro per la città?”

“La città è bellissima ma a volte gli uomini o ragazzi non si sanno comportare…Io e due amiche australiane siamo andate a vedere il monkey temple, posto meraviglioso ma mentre salivamo due ragazzi in moto venivano giù, uno di questi mi ha toccato il braccio di proposito e un’altro ha toccato il seno alla mia amica che era rimasta indietro da sola”

Sushil è scioccato e dispiaciuto dalla faccenda. Non riesce a credere sia successa una cosa del genere.

Entriamo nel show-room che ci salva dal caldo torrido grazie all’aria condizionata. L’unica a fare spese folli è Alicia che ha un viso raggiante, è felice di aver comperato regali per amici e famiglia. Ci dirigiamo verso la maruti per continuare lo shopping in un’altro show-room con l’aria condizionata.

A LUDHIANA (PUNJAB, INDIA) 2014

Le 22:00 di sera, Io, Lilly e Scarlett ci troviamo in stazione a Ludhiana in Punjab, sedute sulle nostre valigie e circondate da uomini che ci guardano come avvoltoi che aspettano di attaccare la preda.

Lilly e Scarlett indossano abiti tipicamente punjabi mentre io ho una canottiera rosa acceso e un pantalone comodo. Le guardo e mi metto a ridere “Darà da pensare un’indiana in abiti occidentali e le occidentali in abiti indiani”

Aspettiamo il treno che è in ritardo di 45 minuti (non cambia molto il livello dai regionali italiani). Mentre aspettiamo chiacchieriamo del più e del meno a proposito del favoloso matrimonio da cui siamo appena tornate, l’ospitalità della famiglia, il cibo delizioso, le persone sempre pronte a dare una mano, per qualsiasi cosa. Scarlett ha addirittura pianto mentre abbracciava la signora della famiglia “Avrei voluto passare più tempo con loro, è stato il momento più bello del mio viaggio” dice. Tra chiacchiere e mendicanti che s’avvicinano ripetutamente arriva il nostro treno, ci prepariamo a salire con i nostri bagagli: io con il mio piccolo trolley, Lilly con il suo zaino da 35 kg e Scarlett con il suo da 25. Salgo per prima seguita da Lilly mentre Scarlett rimane incastrata tra tutta la gente che ha fretta di salire. Entro in cabina per prendere i posti per noi e i bagagli, dopo 5 minuti vedo entrare Scarlett che si mette a piangere davanti a me. Le chiedo spaventata “Che cos’hai? Perché piangi?” Faccio spazio per farla sedere e le offro dell’acqua per calmarla. “Sono stata assalita dalla gente, mi hanno toccato ovunque mentre cercavo di salire!”

Un gruppo di ragazzi seduti di fronte a noi chiede perché la ragazza piange, dopo aver saputo la questione, le offrono il loro posto per farla stare più comoda “È gente ignorante, stai tranquilla, sei al sicuro ora”

Sono ragazzi sui vent’anni che tornano da un pellegrinaggio vicino Amritsar, raccontano gli aneddoti del loro viaggio per rallegrarla facendole tornare il sorriso. Vogliono imparare l’inglese da Scarlett, tra complimenti e risate tre ore di viaggio in treno sono volate via come il vento.

“Viaggiare in India è come andare sulle montagne russe, un momento piangi e ti disperi perché qualcosa è andato storto, e il momento dopo sorridi perché incontri qualcuno come loro, incredibile!”

Arrivati a casa Scarlett ripensa al momento raccontando a Lilly la faccenda, la quale a sua volta dice “Scarlett anch’io sono stata afferrata improvvisamente da qualcuno mentre salivo ma io gli ho dato un calcio!”

Scarlett è molto sensibile, non userebbe mai la violenza, si intristisce quando vede madri con neonati al semaforo che vengono a chiedere l’elemosina mentre sei seduto in tuc-tuc, soffre quando vede qualcuno che prende a bastonate i cani, si affligge e si dispera, spera un giorno che tutto questo cambi.

Per viaggiare in India ci vuole un’extra dose di forza e comprensione. Se sei donna ci vuole coraggio, perché ogni tanto c’è bisogno di sferrare dei calci e pugni agli uomini che hanno le mani lunghe.

A MUMBAI (MAHARASHTRA, INDIA) 2014

Le 11:00 del mattino, alla stazione dei treni.

Attediamo l’arrivo del treno per visitare la città. In India non esiste il sistema dell’attesa dell’uscita dei passeggeri prima di salire (questo vale anche quando si prende l’ascensore). All’arrivo del treno, la gente si raduna davanti alle porte e si spinge a più non posso per salire. E in questa confusione ci troviamo io e un’amica tedesca.

Improvvisamente sento una mano che mi tocca il sedere ma non riesco a girarmi in tempo per vedere chi fosse il mascalzone, mi giro verso l’amica dicendole cosa mi fosse capitato e lei dice che le è capitata la stessa cosa un secondo fa. Arrabbiata per l’episodio oltraggioso, salgo sul treno ancora confusa e nervosa.

“Avremmo dovuto dargli uno schiaffo!”

“Sì ma chi è stato?” chiede l’amica.

“Forse quello là in camicia nera che ci sta fissando in questo momento!”

“Ne sei sicura?”

“Sì, sì. Si trovava dietro di noi, secondo me è proprio lui!”

Intanto che cerco di valutare se spiaccicargli uno schiaffo in piena faccia e sputargli addosso la mia rabbia, guardo il suo portamento: faccia da brav’uomo, capelli ben pettinati, camicia nera perfettamente stirata, il segno rosso in fronte, probabilmente appena uscito da un tempio indù. Tutto questo mi confonde ancor di più ma mi alzo per dirigermi verso di lui, se ne accorge e s’alza di scatto e si dirige verso la porta, scendendo di fretta e furia.

Alla partenza del treno, ci guarda attraverso il finestrino con il sorriso beffardo di uno che la fa franca quasi sempre.

A LONDRA (INGHILTERRA) 2017

Mi trovo sul treno che va da Londra a Maidstone. Devo andare a trovare dei parenti e prendo il treno delle 7 di sera, in un’oretta scarsa conto di arrivarci e mi metto comoda.

Dopo 5 minuti si siede di fianco a me un signore in giacca e cravatta. Odora di alcol e dopo 2 secondi si mette a dormire. L’odore è fastidioso ma mi trovo in un posto quasi bloccata da lui e dal tavolino di fronte, quindi decido di rassegnarmi e stare buona per 40 minuti. Decido di dormire un po’ e quando mi sveglio, trovo il signore di fianco con gli occhi aperti che muove le braccia di scatto e cerca di toccarmi le gambe. Lo blocco e gli chiedo che cosa stesse facendo, non mi risponde, al ché glielo domando un’altra volta. Rimane ammutolito e si guarda intorno. Gli dico di togliersi di torno e di farmi passare, sposta leggermente le gambe e ovviamente lo spazio non è sufficiente per passare. Gli dico di alzarsi al ché cerca di toccarmi il sedere per farmi passare, lo blocco un’altra volta. Tra l’imbarazzo e la rabbia non so come comportarmi e mi viene in soccorso un ragazzo seduto di fronte che quasi con forza cerca di spingerlo per farlo alzare. Finalmente si alza ed ho modo di passare e cambiare posto per sedermi in un posto più tranquillo.

In questo caso l’alcol diventa una scusa per giustificare il comportamento scorretto dell’uomo, dove la donna è incapace di reagire se non con la forza. Cercai di far presente l’episodio al controllore, il quale inerme mi disse che anche se dovesse segnalarlo alla polizia, lo manderebbero via senza alcun esito e quindi scesi frustrata e rassegnata a Maidstone, con una sensazione di sconfitta.

A BOLOGNA (ITALIA) 2013

Lavoro in un bar, dalle 8 di sera a circa le 2 o 3 di notte. Il proprietario è un bengalese e il mio collega un messicano. Ogni sera facciamo cocktail a tutto spiano, il bar si trova in Piazza verdi, una zona universitaria quindi frequentatissima da studenti.
Il mio collega è molto abile nel mestiere ma ha un piccolo problema; quando non viene controllato dal proprietario, si gira e manda giù shot di vodka. Il proprietario sa benissimo di questo problema e lo ha avvertito, ma a quanto pare il vizio non sembra passare.
Abbiamo cominciato a lavorare da circa un’ora e ci siamo preparati il necessario per essere pronti e veloci. Abbiamo un momento di pausa, ridiamo e scherziamo ed a un certo punto con non chalance il collega mi tocca il seno e con il fare da pazzo svincola nel magazzino. Ritorno come se non fosse successo nulla. Decido di non rovinarmi l’umore, di lavorare e di affrontare la faccenda a lavoro concluso.
Terminata la serata lavorativa, decido di non parlargliene visto lo stato di ubriachezza in cui si trova e decido di chiamare il proprietario il giorno dopo. Riferisco quanto accaduto con imbarazzo e con un nodo alla gola. Il proprietario mi rassicura dicendomi che gliene parlerà personalmente e che anche se lo denunciassi non si concluderebbe nulla quindi che fosse meglio risolverla in questo modo.
Lavorare di fianco a un molestatore non era proprio un’idea che mi allietava ma decisi di continuare a lavorare lì dopo che l’uomo si scusò. L’episodio non si ripeté ma la sensazione d’essere umiliata, è un qualcosa che mi rimase.

 

 

 

 

 

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